Esta es la juventud del Papa

Esta es la juventud del Papa

domenica 25 settembre 2011

Para pensar

El hijo que muchas veces no limpia su cuarto y se la pasa viendo televisión, significa que... Está en casa! El desorden que tengo que limpiar después de una fiesta, Significa que... Estuvimos rodeados de familiares o amigos! Las ropas que están apretadas, Significa que... Tengo más que suficiente para comer! El trabajo que tengo en limpiar la casa, Significa que... Tengo una casa! Las quejas que escucho acerca del gobierno, Significa que... Tengo libertad de expresión! No encuentro estacionamiento, Significa que... Tengo coche! Los ruidos de la ciudad, Significa que... Puedo oír! El cansancio al final del día, Significa que... Puedo trabajar! El despertador que me despierta todas las mañanas, Significa que... Estoy vivo! Finalmente por los mensajes que recibo, Significa que... Tengo amigos pensando en mí!

giovedì 15 settembre 2011

Veglia a 4 vientos

“GMG, for ever”!

Sabato 20 agosto, 35 gradi di prima mattina, è arrivato il momento tanto sognato: la veglia con Benedetto XVI alla stazione “4 vientos” di Madrid. Preparo lo zaino, alcuni vestiti per il cambio, il kit di sopravvivenza, il sacco a pelo e mi unisco alla folla giovane per sgambettare ore ed ore verso il luogo pianeggiante, non lontano, all'aperto della metropoli “Madrileña”. Per le strade una marea di gente venuta da tutte le nazioni del mondo, sventolando le loro bandiere e indossando vestiti multicolori. Madrid si è trasformata in quei giorni nella capitale mondiale della gioventù. Tanta gente giovane, anche bimbi con i loro genitori, hanno detto si all’invito del loro Pastore. Tutti desideravano vedere con i propri occhi una chiesa giovane. Guardo le foto e mi fanno riflettere su tante emozioni: gioia, stanchezza, rabbia, delusione, “allegria” … vissute in quei giorni. La chiesa giovane si è fatta sentire a 4 “vientos”, con tutte le diversità di nazione, cultura, etnia e colore. Si è inginocchiata, ha fatto silenzio sotto le stelle luminose della tenda grande di Dio, per accogliere il messaggio. Il Padre ha parlato nel silenzio, al cuore di chiunque era lì seduto, in piedi o sdraiato per terra per la stanchezza, però ricolmo di speranza. Il silenzio si è fatto preghiera, ha detto “si” a Dio. Le Beatitudini dell’evangelista (Luca 6), cominciavano a rendersi visibili sotto quel firmamento luminoso. Io ero là e ho visto con i miei occhi, ho toccato le tende, ho sentito il vento e il sole, ho visto la mia chiesa giovane respirare serenità e gioia! D’improvviso tutto cambia, il cielo indossa il nero, il mondo sembra che ci crolli addosso, Il cielo lampeggia, lo sguardo della moltitudine si concentra in direzione del cielo, sul soffio della tempesta che si avvicina. Tutti rimangono al loro posto, anche il Papa. Poi rapidamente tutto ritorna alla calma, cessa la bufera, il cielo si apre, le stelle recuperano il loro brilìo e la folla si alza cantando a coro, in festa: “Esta es la juventud del papa” (Questa è la gioventù del Papa), una, due, più volte. Piano, piano tutte le voci s’interrompono, ritorna la calma, la pioggia lascia spazio alla gradevole brezza che ci accompagnerà fino alla fine della veglia. Il messaggio non era nuovo, le parole molto chiare e semplici. Ancora adesso rivivo la sensazione che il Papa in quel momento parlasse al mio cuore. Alcuni minuti prima avevo sentito la testimonianza di quel giovane “audioleso” dalla nascita: “Molte volte sento la solitudine, l’amarezza, la discriminazione, perché non sono considerato come tutti”. L’ho udito gridare nell’amplificatore: “non ho perso mai la speranza, perché i miei genitori non hanno mai guardato la mia diversità … loro, solo loro mi hanno sempre accettato con amore”. Ho sentito in quel grido l’eco dei miei fratelli della casa ODC, gli ospiti del secondo piano: dentro ciascuno di loro vive “Cristo incarnato”. Quelle parole erano per me, perché sapessi scoprire le persone delle Beatitudini: “beati voi poveri,” … sono quelli che Dio oggi mette accanto me!

giovedì 4 agosto 2011

Resistenza al cambiamento.

… A metà del cammino, si nota maggiormente quanto sia fragile la propria libertà di cambiare. Il già sperimentato blocca la nuova esperienza.
Pensiamo ad esempio all’entusiasmo iniziale delle giovani di nazionalità diversa nel confrontare le loro idee. L’interculturalità appare una sfida affascinante e la diversità una bellezza a portata di mano, facile da accogliere. Poi il cosiddetto incontro con il nuovo diventa, come di fatto è, la relazione tra persone con le loro bellezze, ma anche con i loro limiti.
E allora emerge la propri insicurezza (“ma quello che ho pensato finora, è forse tutto sbagliato, infondato, vacillante?”), proiettata nel sentirsi rifiutati (“ non mi vogliono, non mi capiscono, pensano che valgo di meno, sento che mi accusano”), oppure protetta da difese rigide (“non discuto più, dubitare è sofferenza”) e dalla ricerca di idee chiare

(“ sono sicura che è così”), o dal conformismo timoroso per paura del disprezzo (“ apparentemente concordo, ma non dico cosa penso davvero”).
Tutte queste esperienze affettive che emergono nel confronto con altri si accumulano e si cristallizzano in pregiudizi.
La presenza di pregiudizi blocca il cambiamento. Ciò che a priori abbiamo deciso di ritenere giusto blocca la possibilità di fare un’esperienza nuova: così, anche se facciamo esperienze o incontri che, se fossimo liberi di accoglierne tutti gli elementi, potrebbero suggerire delle idee diverse sulla tale situazione o persona, in realtà non rivediamo le nostre posizioni, perché gli elementi di novità non entrano.
La percezione e l’ascolto diventano selettivi in base alle proprie aree problematiche (il proprio bisogno di affetto, di stima, di dominio, di successo, la propria aggressività …), perché queste limitazioni di natura inconscia influiscono sulla capacità di ascoltare e incontrare.
L’inadeguatezza delle idee preconcette ostacolo la conoscenza vera; la ristrettezza del pre-giudizio impedisce il giudizio vero. In qualche modo la conoscenza ostacola la conoscenza, Ciò che si sa già ostacola la comprensione di ciò ch e non si sa ancora. Come scriveva Freud: se chi ascolta “segue le sue aspettative, rischia di non trovare mai altro se non ciò che sa già”.
Dal libro, Perché non posso seguirti ora?

domenica 31 luglio 2011

Davide danza con tutte le sue forze davanti all’arca’ spoglio delle vesti regali. La danza è la fatica e la gioia di stare davanti a Dio senza preoccuparsi degli altri, senza le vesti del ruolo e delle aspettative altrui. Mikal vede e disprezza e Davide reagisce rispondendo con quelle belle e arrabbiate parole: “Io ho danzato davanti a Dio!” Davanti a Dio non occorrono le vesti e l’immagine, non serve il ruolo. Davanti a Dio danza come si è, poveri, ma con gioia davanti a lui. Danzare davanti a Dio significa preoccuparsi di lui e no di se stessi: ciò che conta è lui, tutto il resto è dimenticato.
Mikala alla finestra è l’immagine della nostra paura del giudizio degli altri che blocca il nostro stesso rapporto libero con Dio. Ma io danzo davanti a Dio, dice Davide; cosa mi importa di quelli che alla finestra ridono o commentano? Io danzo per Lui.
Testimone
Un giovane aveva scoperto la preghiera attraverso alcuni incontri sulla lectio divina con un bravo sacerdote. Era un giovane in ricerca vocazionale e aveva già fatto un camino di fede, ma l’esperienza di preghiera era sempre stata debole. Aveva detto: “ avevo già un direttore spirituale,ma non mi ha mai insegnato a pregare così”. E aveva aggiunto, quasi soprapensiero, quasi senza una piena consapevolezza di quello che stava dicendo: “Forse perché lui non aveva molto tempo per pregare”.
Un prete -(ognuno che fa DS) - che si pone anche come guida spirituale, che è molto impegnato con i giovani,ma che non ha tempo per pregare, non diventi problema, poi l’esperienza diventa questa: parlo agli altri di ciò che forse so, ma che non sto vivendo che percepisco di non stare vivendo.
Cresce il disagio di un ruolo sempre più difficile. Finiamo per parlare di quello che non conosciamo più. Tutto quello che diciamo, che predichiamo, che scriviamo, sembra non trovare eco: non preghiamo. Se non abbiamo affrontato, non affrontiamo la nostra realtà come potremo insegnarla ad altri?
La comprensione di sé diventa anche servizio all’altro. Forse a volte abbiamo paura di investire in una migliore conoscenza di noi stessi; temiamo sia un esercizio un po’ sterile di ripiegamento su se stessi, ricerca di perfezionismo, perdita di tempo, o mancanza di perfezionismo, perdita di tempo, o mancanza di semplicità e di abbandono. È invece premessa a un ascolto degli altri che sa accogliere dal di dentro; è lavoro previo in vista di un servizio all’altro più libero ed efficace e quindi una forma di autentica carità.